Il welfare per gli amministratori (senza compenso?)
Di Maria Sole Ferrieri Caputi - 11 Giu 2020 |

Amministratori sì o no? Uno dei quesiti sul welfare aziendale emerso con frequenza dalle casistiche delle imprese riguarda l’ammissibilità degli amministratori quale categoria omogenea di lavoratori destinataria di un piano di welfare  (ve ne abbiamo parlato anche qui).

In un primo momento sul punto era intervenuta l’Agenzia delle Entrate con la Risposta n. 954 – 1417/2016 della Direzione Lombardia che di fatto aveva accettato i piani di welfare rivolti agli amministratori di azienda se contrattualizzati mediante collaborazione coordinata e continuativa in ragione del fatto che questo reddito è assimilato a quello da lavoro dipendente.  Sciolti i dubbi sulla tipologia di reddito, per quanto riguarda l’interpello citato non vi erano perplessità sul fatto che si potesse configurare una categoria omogenea di lavoratori visto che nel caso specifico  gli amministratori erano sei.

Successivamente, l’Agenzia delle Entrate ha nuovamente trattato nel merito la questione “welfare per gli amministratori” con la Risposta n. 10 del 2019. Oggetto specifico dell’interpello era qui la figura dell’amministratore unico per la quale è stata specificata la non ammissibilità quale destinatario di welfare: proprio perché unico infatti questi non può vedersi applicata la nozione categoria di dipendenti. Rileva inoltre qui l’impossibilità di assimilare la figura dell’amministratore unico alla categoria della subordinazione considerando anche il fatto che esso stesso può configurarsi come datore di lavoro e che dunque potrebbe sottoscrivere, anche in via unilaterale, un piano di welfare in suo favore, con evidenti criticità di elusione fiscale (si veda anche qui).

 

 

L’amministratore senza compenso

Superati questi dubbi l’ultima questione, affrontata più recentemente dall’Agenzia delle Entrate con la Risposta n. 522/2019, ha riguardato l’ammissibilità, o meno, tra i destinatari del welfare aziendale degli amministratori senza compenso. Il caso oggetto dell’interpello riguardava un piano di welfare rivolto a due categorie di beneficiari ovvero tre lavoratori dipendenti e tre membri del consiglio di amministrazione. Dei tre amministratori però solo uno percepiva un compenso mentre gli altri due svolgevano l’incarico a titolo gratuito.

Nella sua risposta l’Agenzia ha ricordato che il riferimento al trattamento fiscale applicabile agli amministratori delle società è rinvenibile nell’art. 50, comma1, lett. c-bis del TUIR. Secondo tale disposizione sono infatti assimilati ai redditi da lavoro dipendente: «le somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo d’imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione agli uffici di amministratore, sindaco o revisore di società, associazioni e altri enti con o senza personalità giuridica (…) sempreché gli uffici e le collaborazioni non rientrino nei compiti istituzionali compresi nell’attività di lavoro dipendente (…) o nell’oggetto dell’arte o professione (…) concernente redditi di lavoro autonomo, esercitate dal contribuente». Dal combinato tra la suddetta disposizione e l’art. 52, comma 1, in cui si specifica che, salvo alcune eccezioni elencate, per la determinazione dei redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente si applicano le disposizioni dell’art. 51 del TUIR si può concludere che agli amministratori, come detto, si applichi anche il regime di esclusione dal reddito dei beni e servizi di cui al comma 2 e 3 dello stesso art. 51 ovvero le disposizioni fiscali e contributive di vantaggio sul c.d. welfare aziendale.

Tuttavia, per quanto la società istante sostenesse che quanto descritto fosse applicabile a prescindere dalla percezione di un compenso in denaro o dall’entità dello stesso da parte dell’amministratore, la questione risulta problematica sotto due punti di vista.

Il primo aspetto, più direttamente collegato alle specificità del caso presentato, è quello riconducibile alla nozione di categoria omogenea difficilmente supportabile visto che due amministratori svolgevano il loro ruolo a titolo gratuito mentre l’altro percepiva un compenso.

Una seconda questione, di carattere più generale, è collegata ad alcune precisazioni già espresse in passato dall’AdE, in particolare con la Circolare 28/E del 2016, in cui era stato sottolineato che il regime di particolare favore previsto per le misure di welfare aziendale trova applicazione a patto che «l’erogazione in natura non si traduca in un aggiramento degli ordinari criteri di determinazione del reddito di lavoro dipendente in violazione dei principi di capacità contributiva e di progressività dell’imposizione». Qualora tali erogazioni risultino essere strumenti volti ad aggirare o alterare le regole di tassazione e contribuzione dei redditi di lavoro dipendente non potranno ritenersi ammissibili.

L’Agenzia delle Entrate arriva dunque alla conclusione che «la circostanza che i benefit siano corrisposti agli amministratori che non percepiscono alcun compenso per l’incarico svolto, porta a ritenere che gli stessi assolvano una funzione essenzialmente remunerativa e debbano, pertanto, essere assoggettati a tassazione ai sensi dell’articolo 51, comma 1, del Tuir. Ne consegue che i benefit erogati a tutti i membri del consiglio di amministrazione non possano fruire del regime di esclusione dal reddito» (Agenzia delle Entrate con la Risposta n. 522/2019).

Alla luce di quanto descritto possiamo sintetizzare che è possibile prevedere quali destinatari del piano di welfare aziendale gli amministratori purché: 

  1. Costituiscano effettivamente una categoria omogenea
  2. Percepiscano un compenso in qualità di amministratore
  3. Non si tratti di un amministratore unico

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