Il Buono pasto 2020 (ai tempi del Corona Virus)
Di Maria Sole Ferrieri Caputi - 31 Mar 2020 |

La Legge di Stabilità 2020 come noto ha confermato pressoché tutte le previsioni materia di welfare aziendale con un’unica eccezione: la rimodulazione delle soglie agevolabili per i buoni pasto in formato cartaceo o elettronico. Vediamo come.

Buono Pasto 2020

In virtù del comma 677, art. 1 della l.n. 160/2019 è stata modificata la previsione di cui alla lett. c, comma 2, art. 51 del TUIR per cui adesso non concorrono alla formazione del reddito di lavoro dipendente: «le prestazioni sostitutive delle somministrazioni di vitto fino all’importo complessivo giornaliero di euro 4, aumentato a euro 8 nel caso in cui le stesse siano rese in forma elettronica». Ne consegue che l’importo agevolabile del c.d. buono pasto cartaceo si riduce dai precedenti 5,29 € agli attuali 4 €. Al contrario viene ampliata la soglia di esenzione per il c.d. buono pasto elettronico dai precedenti 7€ agli attuali 8 €.

Segnale dunque che si sta procedendo in direzione di un rafforzamento dello strumento elettronico in linea con la modernizzazione richiesta anche dagli operatori del mercato che, come noto già da tempo, hanno auspicato una modernizzazione del mercato dei buoni pasto affinché questo evolva verso soluzioni digitali (ne avevamo parlato qui). L’Agenzia delle Entrate ha peraltro già aperto con il Principio di Diritto n. 3/2018 alla possibilità di utilizzare una “App mobile per i servizi sostitutivi di mensa aziendale”.

Si ricorda inoltre che, per quanto riguarda la spendibilità dei buoni pasto, è stata ammessa la possibilità per il beneficiario di cumularne fino a 8 per «singola transazione e singola giornata, non necessariamente lavorativa» come previsto dall’art. 4 del decreto n. 122/2017, fermo restando il limite di riconoscimento di un buono per ogni giornata lavorativa (si veda anche ANSEB). L’Agenzia delle Entrate con il Principio di Diritto n. 6/2019 aveva poi precisato che «tale divieto di cumulo non incide, ai fini IRPEF, sui limiti di esenzione dal reddito di lavoro dipendente». In altre parole, il datore di lavoro sarà tenuto di conseguenza soltanto alla verifica di detti limiti di esenzione reddituali rispetto al valore nominale dei buoni erogati, a prescindere da come poi essi vengano utilizzati.

Buono pasto e smart working

Tema su cui si è concentrato il dibattito negli ultimi giorni, direttamente collegato a quanto stiamo vivendo, ha riguardato poi la possibilità di riconosere i buoni pasto a coloro che lavorano in smart working, modalità di lavoro incoraggiata, come noto, proprio dai recenti provvedimenti del governo per affrontare l’emergenza Corona Virus (per un ampio approfondimento si veda Bollettino Adapt). Peraltro nella situazione attuale, in cui lo smart working sta coincidendo di fatto con il concetto di  “lavoro da casa”, sembra opportuno ricordare che tale strumento è per sua natura, pratica e normativa, ben diverso dall’attuazione che se ne sta necessariamente facendo in questa situazione di emergenza (per un approfondimento si veda qui). In una situazione di normalità lo smart worker potrebbe benissimo lavorare da un luogo che non è casa sua, per cui anche, secondo un ragionamento di logicità, non si capirebbe per quali ragioni dovrebbe ritenersi escluso a priori dalla prestazione dei buoni pasto.

La questione, affrontata anche nel web in air di ADAPT “Fare lavoro agile ai tempi del Corona Virus”, è stata ripresa da uno specifico approfondimento di ANSEB (Associazione nazionale società emettitrici di buoni pasto). La stessa ANSEB ha infatti provveduto a ricordare che non esiste alcun divieto al riconoscimento del buono pasto al lavoratore che operi in modalità di smart working.

Anzi, proprio la legge n. 81/2017 che ha introdotto e disciplinato il lavoro agile sia nel settore pubblico che nel settore privato specifica che essa altro non è che una «modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato» (art. 18, c. 1 della legge 81/2017). Da questo deriva il fatto che «il lavoratore che svolge la prestazione in modalità di lavoro agile ha diritto ad un trattamento economico e normativo non inferiore a quello complessivamente applicato, in attuazione dei contratti collettivi di cui all’articolo 51 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, nei confronti dei lavoratori che svolgono le medesime mansioni esclusivamente all’interno dell’azienda» (art. 20, comma 1) [Qui scaricabile open access la Guida pratica al lavoro Agile dopo la legge n.81/2017 di ADAPT].

Pertanto, non solo è possibile riconoscere i buoni pasto ai lavoratori che si trovino a operare in smart working, ma questo è anche dovuto, in virtù del principio di non discriminazione, a meno che non vi siano specifici accordi aziendali che limitino i beneficiari, ad esempio, alla categoria dei lavoratori che svolgono la prestazione all’interno dei locali aziendali. In quest’ultimo caso ovvero qualora nella contrattazione collettiva aziendale si riscontrasse una previsione che escluda i lavoratori che operino in modalità di lavoro agile, non potranno essere riconosciute loro le misure di buono pasto, nonostante tali lavoratori siano trasformati in smart worker dal datore di lavoro anche in via unilaterale come previsto dalle misure emergenziali. Affinché ciò sia possibile sarà dunque necessario un aggiornamento dell’accordo aziendale con la controparte sindacale, al fine di ricomprendere anche i lavoratori che per necessità contingenti si trovino a dover operare in questa modalità. L’interesse a un tale tipo di adeguamento potrebbe venire proprio dalla volontà delle aziende di non penalizzare, ulteriormente i propri lavoratori in una situazione, lavorativamente ed economicamente, complicata per diversi nuclei familiari.

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