Esperienze welfare

La rivoluzione degli spazi di lavoro: quale impatto su produttività e benessere organizzativo?

Autore: Giada Benincasa
Bio: ADAPT Fellow - Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro (Università degli studi di Bergamo)

Sono numerose le organizzazioni private e pubbliche che hanno ormai da anni adottato il concetto di ufficio open-space. Altrettante, sono le aziende che stanno valutando il passaggio da uffici tradizionali a layout aperti. Argomenti comuni per rivoluzionare gli ambienti di lavoro sono la riduzione dei costi, la presunta capacità di facilitare l’interazione tra i dipendenti e, in definitiva, il potenziale presunto per migliorare le prestazioni lavorative e la produttività. In tal senso, con l’introduzione della l. 81/2018, parliamo sempre più spesso anche in Italia di smart working e di lavoro agile: concetti non di rado ricondotti dentro il più ampio contenitore del welfare aziendale come nuova forma di organizzazione del lavoro capace di migliorare il benessere dei lavoratori e di conciliare l’attività lavorativa con la vita privata dei lavoratori.

Di particolare interesse, in questa prospettiva, sono i risultati di un recente studio pubblicato sullo Scandinavia Journal of Work, Environment & Healt. Nel saggio The relationship between office type and job satisfaction: Testing a multiple mediation model through ease of interaction and well-being, Tobias Otterbring, Jörg Pareigis, Erik Wästlund, Alexander Makrygiannis e Anton Lindström hanno infatti indagato, tramite un sondaggio inviato a 1500 agenti immobiliari svedesi, la relazione tra tipo di ufficio e soddisfazione lavorativa, e se la stessa fosse mediata dalla facilità di interazione e, a sua volta, dal benessere soggettivo. L’indagine, di tipo trasversale, è stata condotta su tre agenzie immobiliari e 30 diversi uffici nel maggio 2017, esaminando l’impatto che il tipo di ufficio ha sulla facilità di interazione dei dipendenti con i colleghi, nonché sul loro benessere soggettivo e sulla soddisfazione lavorativa. Il tipo di ufficio (cellular, shared-room, small open-plan, and medium-sized open-plan) è stato il fattore predittivo, la facilità di interazione sul lavoro è stata il primo parametro preso in considerazione, il secondo è stato il benessere soggettivo e la soddisfazione lavorativa è stata il risultato variabile.

Il risultato ottenuto è stato che l’effetto totale del tipo di ufficio sulla soddisfazione del lavoro si è dimostrato statisticamente significativo, con i dipendenti che sperimentano una minore soddisfazione lavorativa in base al tipo di ufficio che diventa relativamente più aperto: quest’ultimo ha avuto effetti negativi significativi sia sulla facilità di interazione sul posto di lavoro che sul benessere soggettivo. In effetti, grazie ad una analisi sistematica degli effetti che le varie accezioni di ufficio hanno sulla salute e sulle prestazioni dei lavoratori è stato affermato che “there is strong evidence that working in open workplaces reduces job satisfaction”.

Nonostante alcune criticità emerse nel corso della ricerca – come il basso tasso di risposta al sondaggio – gli autori ritengono improbabile che queste siano sufficienti per invalidare il risultato ottenuto.

Per tale motivo le aziende e i decision-makers dovrebbero considerare questi fattori prima di modificare il proprio assetto organizzativo adottando un modello open-space, in quanto i loro presunti risparmi finanziari potrebbero essere sostanzialmente inferiori rispetto ai costi associati alla diminuzione della soddisfazione lavorativa e del benessere dei lavoratori, nonché a prestazioni lavorative compromesse, maggiore assenza di malattia e più alto tasso di stress e distrazione in grado di incidere negativamente sull’organizzazione e la produttività aziendale.

La nostra ipotesi, che cercheremo di valutare nell’ambito di un più ampio progetto di ricerca promosso dalla Scuola di alta formazione di ADAPT con il sostegno economico di UBI Banca, è che queste iniziative di modernizzazione degli ambienti di lavoro, per poter incidere in positivo sul benessere delle persone e sulla produttività del lavoro debbano essere pensate e studiate in termini di welfare aziendale inteso come percorso non solo distributivo di risorse ma ancora primo di ripensamento della idea di lavoro e dei relativi modelli organizzativi (si veda Michele Tiraboschi, Welfare for People – Primo Rapporto sul welfare occupazionale e aziendale in Italia) coinvolgendo e rendendo parte attiva i lavoratori che devono ricevere adeguata formazione ed essere posti al centro dei nuovi processi produttivi.

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