Fare Welfare

La recente prassi amministrativa /AE – Risposta n. 212/2019: fruizione del credito welfare in anni d’imposta successivi e familiari ammissibili

Autore: Maria Sole Ferrieri Caputi
Bio: ADAPT Junior Fellow

Il caso qui trattato è quello di una banca che tramite contratto integrativo aziendale ha previsto un premio di risultato per gli anni 2018 e 2019, da erogarsi rispettivamente negli anni 2019 e 2020, con la possibilità di welfarizzazione, totale o parziale, da parte del dipendente. Il valore del premio convertito confluisce nel c.d. credito welfare a disposizione del dipendente a cui si aggiunge un ulteriore importo (welfare on top) messo a disposizione volontariamente e unilateralmente dalla Banca a favore dei lavoratori con figli a carico, anch’esso maturato annualmente.

Una particolarità, e da qui anche il principale quesito dell’interpello, è che il regolamento attuativo dell’accordo di produttività prevede la possibilità di utilizzare il Credito Welfare 2018 e 2019, sia per la parte derivante dalla conversione del pdr quanto per la parte legata all’avere figli a carico, fino al 31 dicembre 2021. Si specifica infine che il regolamento non permette l’erogazione monetaria del credito welfare non utilizzato. Questo importo viene destinato al fondo di previdenza complementare e/o assistenziale a cui è iscritto il lavoratore oppure verrà estinto nel caso questi non sia iscritto o nel caso in cui la contribuzione aggiuntiva del residuo non fosse consentita dal regolamento del fondo.

Il quesito

La domanda principale che l’interpellante sottopone all’Agenzia è relativa alla gestione del credito welfare non utilizzato nell’anno d’imposta. In particolare, con il regolamento attuativo, come detto, si prevede che il credito welfare derivante dalla conversione dei premi possa essere utilizzato anche in un periodo d’imposta successivo a quello in cui il beneficiario ha scelto di convertire il premio. Stando così le cose, il regolamento permetterebbe l’utilizzo del credito welfare 2018 e credito welfare 2019 fino al 31 dicembre 2021, stesso termine individuato anche per l’utilizzo del credito welfare riconosciuto per chi ha figli a carico.

Ma questo è possibile? Ovvero, è possibile spendere negli anni successivi un credito welfare derivante dalla scelta nell’anno in corso di convertire il premio? E relativamente al credito welfare on top è possibile spendere nel 2021 un credito welfare riconosciuto per l’anno 2020?

Per sciogliere questo dubbio, la richiesta avanzata nell’interpello è dunque quella avere ulteriori chiarimenti circa le modalità di individuazione del (1) momento impositivo rilevante ai fini del rispetto dei limiti di valore o di importo previsti dall’art. 51, commi 2 e 3, del TUIR per l’esclusione dal reddito di alcuni benefit, e del (2) momento rilevante ai fini del rispetto del limite dei 3.000 € come fissato dall’art. 1, comma 182 della Legge di Stabilità 2016.

Un ulteriore quesito riguardava la possibilità di includere sia i soggetti legati da unione civile che i “conviventi di fatto” come beneficiari delle misure rivolte ai familiari (ai sensi dell’art. 51, comma 2, lett. d-bis), f), f-bis) e f-ter), del TUIR), ricomprendendoli in questa fattispecie, pur non essendo tra quelli menzionati dall’art. 12 dello stesso TUIR.

La risposta

 Per quanto riguarda l’individuazione del (1) momento di percezione dei benefit sostitutivi del premio di risultato, ovvero il rispetto dei limiti previsti dalla norma ai fini della loro non concorrenza al reddito, vale il principio di cassa, come più volte specificato dall’Agenzia (si veda ad esempio ancora la Circolare 5/E del 2018), per il quale «la retribuzione deve essere imputata al momento di effettiva percezione della stessa da parte del lavoratore» [p.11]. Il momento di percezione di tali benefit si identifica dunque con il momento in cui questo esce dalla sfera patrimoniale dell’azienda che lo eroga per entrare in quella del lavoratore (si veda L. Vozella, Voucher e rimborsi: momento di percezione e di imputabilità al reddito, Welfare for People, 2018). A rilevare dunque è il momento in cui il dipendente effettua la scelta del servizio di welfare sulla piattaforma, indipendentemente dal suo eventuale successivo utilizzo o, nel caso del rimborso, della sua erogazione. Tuttavia, l’Agenzia specifica che «nell’ipotesi in cui le spese sostenute dal lavoratore costituiscano per quest’ultimo un onere detraibile o deducibile, il momento in cui il datore di lavoro le rimborserà rileverà ai fini della compilazione, da parte di quest’ultimo quale sostituto d’imposta, dell’apposita sezione della Certificazione Unica riservata ai “Rimborsi di beni e servizi non soggetti a tassazione” ai sensi dell’art. 51 del TUIR» [p. 11]. Infine, anche per l’utilizzo del credito welfare riconosciuto per chi ha figli a carico l’Agenzia afferma che «analoghe considerazioni, relativamente a tale ultimo aspetto, valgono anche in relazione al credito welfare per figli a carico» [p.11].

Per quanto invece concerne, il (2) il rispetto del limite dei 3.000 euro di premio convertito, l’Agenzia, richiamando anche la Circolare 5/E del 2018, precisa che «nell’ipotesi di conversione del premio di risultato, il valore del benefit rileverà nel periodo d’imposta in cui il dipendente ha optato per la conversione del premio di risultato. Pertanto, nella fattispecie in esame, il rispetto del limite annuo di euro 3.000 dovrà essere considerato nel momento in cui il dipendente esercita l’opzione per sostituire il premio di risultato agevolabile con il paniere dei Servizi Welfare» [p. 10]. Nel caso specifico, l’esercizio di tale opzione deve avvenire entro il 31 maggio 2019 (per il pdr 2018) ed entro il 31 maggio 2020 (per il pdr 2019).

Infine, sulla possibilità di configurare i “conviventi di fatto” e le persone “unite civilmente” al pari dei familiari indicati dall’art. 12 del TUIR, l’Agenzia fa riferimento alla c.d. legge Cirinnà (l.n. 76/2016). La norma regola la materia delle “unioni civili” prevedendo che il loro vincolo sia equiparato al vincolo giuridico derivante dal matrimonio, ad eccezione delle disposizioni del codice civile non espressamente richiamate e quelle della l.n. 184/1983 sulle adozioni: «le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole “coniuge”, “coniugi” o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. (art.1, comma 20)» [p. 12]. Tuttavia, questa equiparazione vale esclusivamente per le persone unite civilmente e non anche per i conviventi di fatto, proprio in ragione del citato disposto normativo. Mentre per i primi dunque sarà possibile usufruire delle misure di welfare aziendale rivolte ai familiari, ciò non potrà verificarsi per i secondi.

Spesa del Credito Welfare negli anni successivi: quali principi emergono?

La differenza prospettata tra i due momenti (di conversione del premio e di percezione del benefit) rappresenta una discriminante fondamentale. È sulla base di questa che si rende possibile spendere il credito welfare derivato dalla conversione del premio di risultato anche negli anni successivi. Di fatto, l’Agenzia con la Risposta n. 212/2019 non pone limiti sul punto se non quello di esercitare l’opzione di conversione nel rispetto del valore massimale di 3.000 euro per ciascuna annualità, come previsto dalla normativa.

Occorre però precisare che, invero, nel quesito posto dall’azienda non si era richiesto un esplicito riscontro sulla questione dell’utilizzo del credito negli anni successivi a quello di assegnazione (richiamata solo nella descrizione del caso), focalizzando invece l’attenzione sull’individuazione del momento impositivo. Pertanto, anche l’Agenzia nella sua risposta non affronta la questione generale della spesa del credito welfare negli anni successivi limitandosi a un riscontro sugli specifici quesiti. Tuttavia, l’ammissibilità dell’utilizzo del credito per gli anni successivi a quello di assegnazione, può essere desunta e supportata, in via generale, in primo luogo considerando il fatto che l’Agenzia non abbia, per contro, specificato l’inammissibilità di questa possibilità. Possibilità che ricordiamo veniva richiamata nella descrizione di caso dall’interpellante e veniva prevista dal regolamento, tanto per la parte di welfarizzazione del pdr quanto per quella di welfare on top. Relativamente a quest’ultima, a ulteriore conferma di quanto detto, l’Agenzia si limita ad affermare che analoghe considerazioni, relativamente al momento impositivo, valgono anche in relazione al credito welfare per figli a carico. In secondo luogo, gli stessi chiarimenti dall’Agenzia sui criteri d’individuazione del momento impositivo e del conteggio dei relativi massimali per quanto riguarda il pdr sembrano andare a specificare proprio le condizioni di spendibilità del credito welfare negli anni successivi. Diversamente, qualora questa possibilità fosse stata inammissibile, è logico ritenere che l’Agenzia si sarebbe esplicitamente espressa nettamente in senso contrario, essendo di fatto questa la questione di fondo su cui ruotano i quesiti dell’interpello.

In altre parole, tornando alle implicazioni pratiche di quanto detto, si propone questo esempio. Si supponga che un’azienda riconosca un premio di produttività di 3.000 nell’anno in corso e che il lavoratore decida, in quest’anno, di convertirne il 50% generando 1.500 euro di credito welfare. Se nient’altro viene specificato dall’accordo o dal regolamento o se, ancora meglio, come nel caso in questione, questi specificassero che il lavoratore ha la possibilità di spendere tale credito nell’anno successivo ciò sarebbe possibile, nel rispetto dei limiti di deducibilità per le singole misure previste dall’art. 51 del TUIR per ciascun esercizio fiscale. Nel conteggiare il valore rilevante ai fini del rispetto del limite di deducibilità rileva dunque l’anno in cui si opera la scelta sul portale dei beni o servizi di welfare a cui destinare il credito. In caso di un premio di produttività pluriennale occorrerà dunque stare attenti al cumulo del credito welfare dell’anno precedente con quello dell’anno successivo ovvero al rispetto dei limiti previsti dall’art. 51 quando si andrà a operare la scelta sul portale, fermo restando che in ogni anno si può scegliere di convertire in welfare, in via generale, al massimo 3.000 euro e che tale limite deve essere rispettato per le relative agevolazioni previste in materia di premi di risultato.

La possibilità di spendere il credito welfare anche negli anni successivi si estende, con gli stessi principi generali di rispetto dei limiti di deducibilità di cui all’art. 51 del TUIR ma senza in questo caso il vincolo dei 3.000 euro, anche alle misure di welfare on top.

Invero nella prassi aziendale, probabilmente per prudenza, facilità di gestione e di rendicontazione, i regolamenti e gli accordi sul welfare prevedono, per la maggior parte, che il credito welfare riconosciuto per quell’anno possa essere fruito soltanto entro il termine dello stesso disciplinando poi per i c.d. residui le relative modalità di gestione (di veda qui).  Tra queste modalità ricordiamo il caso della c.d. portabilità del credito avanzato all’anno successivo giustificata dalla «possibilità di configurare i dipendenti che non hanno utilizzato il proprio conto welfare, parzialmente o interamente, come una specifica categoria di dipendenti» [E. Massagli, S. Spattini, M. Tiraboschi, Fare Welfare in azienda. Guida Pratica per imprese, consulenti, sindacalisti, opreatori, ADAPT University Press, 2018]. Tale possibilità, per quanto sia una soluzione praticata, risulta essere sino a oggi, in via prudenziale, meno consigliata di altre opzioni (quali ad esempio la destinazione a previdenza o assistenza individuali, la destinazione a forme di welfare collettivo e l’estinzione del residuo). Occorre però sottolineare, come nel caso a oggetto dell’interpello, non siamo di fatto dinnanzi a un problema di portabilità del welfare residuo agli anni successivi ma si tratta piuttosto di un ulteriore specifica circa le condizioni di spendibilità del credito welfare su un orizzonte più ampio di quello annuale. Per quanto si tratti di due aspetti diversi è evidente che essi siano connessi in quanto, in fase di progettazione, è possibile pensare ad un piano con condizioni temporali di spendibilità del credito più ampie piuttosto che doversi porre il problema, di anno in anno, della portabilità dei residui del credito welfare agli anni successivi.

Iscriviti
alla newsletter