Osservatorio

Assistenza sanitaria integrativa e cambiamenti demografici / 1

Autore: Francesco Seghezzi
Bio: Direttore di Fondazione ADAPT – Assegnista di ricerca (Università di Modena e Reggio Emilia)

La trasformazione del lavoro in corso ormai da diversi anni nelle economie occidentali non è frutto solamente dell’impatto delle tecnologie ma anche di importanti mutamenti demografici che stanno modificando radicalmente la composizione della forza lavoro.

E sono i numeri a parlare più di tanti discorsi. Secondo le statistiche Istat più recenti nel prossimo ventennio l’Italia perderà 3,5 milioni di persone in età lavorativa con un -24,7% nella fascia 35-54 anni, 7,4% in quella 15-34, e +17,6% dei lavoratori nella classe 55-69. La causa principale è imputabile a quel calo della natalità che ci riporta a tassi simili a quelli degli anni della Prima Guerra Mondiale. Ma anche perchè l’aspettativa di vita è aumentata considerevolmente: se un neonato del 1976 aveva una probabilità del 90% di essere ancora in vita all’età di 55 anni, un nato nel 2016 può confidare di sopravvivere con un 90% di possibilità fino alla età di 67 anni.

Tuttavia, il prolungamento della speranza di vita non viene sempre accompagnato da un incremento dei livelli di salute. Infatti, con l’aumentare dell’età aumenta anche la possibilità di avere problemi fisici, psichici, psicosomatici e psicosociali (tra cui stress, ansia, panico, depressione, emotività, deterioramento cognitivo, affaticamento, debolezza muscolare) che comportano limitazioni più o meno rilevanti rispetto alle normali funzioni lavorative e, di regola, maggiori tassi di assenteismo, insieme ad esigenze di flessibilità differenti (Health at a Glance, 2017; Eurofound, 2014). Non esistono, allo stato, dati e proiezioni attendibili relativamente alla incidenza complessiva delle malattie croniche sulla popolazione economicamente attiva e sui rapporti di lavoro. Questo anche perché, al fine di evitare ripercussioni negative sulle prospettive retributive e di carriera, il lavoratore non sempre ritiene opportuno comunicare la propria reale condizione di salute al datore di lavoro.

Tuttavia, il network europeo per la promozione della salute nei luoghi di lavoro ha stimato che in Europa quasi il 25% della popolazione in età di lavoro soffre i disturbi di almeno una malattia cronica e che la quota di malati cronici che lavora sia pari al 19% della forza-lavoro. In Italia, 6,5 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni (pari al 16,5% della popolazione in età di lavoro) dichiarano di essere affette da una o più malattie croniche o da problemi di salute di lunga durata che incidono, più o meno pesantemente, sulla attività lavorativa (ISTAT, 2013).

Per contro le proiezioni al 2020 e al 2060 del tasso di partecipazione al mercato del lavoro in Europa degli over 55 – e cioè della fascia di popolazione economicamente attiva maggiormente soggetta a un significativo rischio di abilità solo parziale o intermittente al lavoro – registrano, rispettivamente, un incremento di 8,3 e 14,8 punti percentuali. Nell’area dell’Euro l’impatto stimato è ancora più marcato con un incremento degli over 55 di 10 punti percentuali da qui al 2020 e di 16,7 punti percentuali nel 2060.

Certo è che, nel lungo periodo, la partecipazione al mercato del lavoro di persone affette da malattie croniche diventerà imprescindibile per affrontare il declino dell’offerta di lavoro e la carenza di forza-lavoro qualificata in uno con le pressioni sui sistemi pensionistici indotte da un drastico invecchiamento della forza-lavoro, con Paesi come Italia, Giappone e Spagna destinati a registrare nel 2050 un picco di over 65 pari a un terzo della intera popolazione (Oecd, 2010).

L’aumento della longevità e dell’incidenza delle malattie croniche è un fattore che è destinato ad incidere, e invero già sta incidendo, sulla sostenibilità del welfare e dei sistemi sanitari. Infatti, è noto come questo cambiamento porti con sé non solo una domanda di servizi sanitari e prestazioni sociali maggiore e per un periodo di vita più lungo, con conseguente incremento della spesa relativa, ma anche una domanda di servizi diversi non sempre offerte dai servizi sanitari pubblici.

Già oggi, in Europa, si stima una spesa di 700 miliardi di euro per la cura di malattie croniche, per un valore che oscilla tra il 70 e l’80% dell’intero budget sanitario. Aumenta costantemente, del pari, il numero di persone che richiede congedi per malattia o anche pensioni anticipate e assegni di invalidità di lungo periodo che, in alcuni Paesi, già oggi riguardano il 10% della forza-lavoro.

Uno studio condotto a livello globale dalla Harvard School of Public Health (HSPH) per il World Economic Forum stima inoltre che, tra il 2011 e il 2030, si registrerà una perdita cumulata di output di 47 mila miliardi di dollari a causa di malattie croniche e di malattie mentali in termini di prestazioni sanitarie e previdenza sociale, ridotta produttività e assenze dal lavoro, disabilità prolungata e conseguente riduzione dei redditi per i nuclei familiari interessati.

Il tema dell’incremento della spesa sanitaria e dell’impatto negativo dell’età e delle malattie croniche nella capacità lavorativa non possono essere considerati due conseguenze indipendenti derivate dai cambiamenti demografici ma devono essere affrontate in maniera congiunta. Infatti, l’assistenza sanitaria è uno dei principiali bisogni dei lavoratori anziani e dei lavoratori con malattie croniche e sarà la chiave per permettergli di continuare a lavorare in un’ottica di sostenibilità del lavoro. In questo contesto, le forme di assistenza sanitaria integrativa, principalmente quelle presenti all’interno della contrattazione collettiva, aggiuntive rispetto a quelle offerte dal Sistema Sanitario Nazionale, acquisiscono un senso e un valore fondamentale, non solo per rispondere all’arretramento del sistema di welfare pubblico e garantire la sua sostenibilità in un’ottica di welfare occupazionale, ma anche come strumento di gestione di una popolazione aziendale che invecchia e si ammala, diventando così forme di welfare aziendale vera e propria.

Una conferma, che andrà approfondita con ulteriori studi ed analisi, che il welfare aziendale non è solo una modalità di riduzione del costo del lavoro o di superamento del welfare pubblico, ma uno strumento fondamentale per governare le trasformazioni del lavoro, che non sono solo dettate dalla tecnologia.

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