Fare Welfare

Agenzia delle Entrate la Risposta n. 10 del 25 gennaio 2019: facciamo il punto

Si tratta forse ad oggi dell’intervento di prassi amministrativa di maggior rilievo in materia di welfare aziendale dell’anno in corso.

Con la Risposta n. 10/2019, l’Agenzia dell’Entrate ha di fatto sancito una sorta di via libera al welfare aziendale per i tirocinanti e per i lavoratori in somministrazione (come già evidenziato nella guida pratica Fare Welfare in azienda) e ha contribuito a fornire alcune specifiche sul welfare per gli amministratori.

 Se per i lavoratori in somministrazione invero la questione risultava chiara in quanto il riconoscimento dei benefici di welfare aziendale si deve ricollegare al principio della parità di trattamento, per quanto riguarda i tirocinanti e gli amministratori l’Agenzia ne ha di fatto riconosciuto esplicitamente, e in modo chiaro, l’ammissibilità pur essendo questa già desumibile dal fatto che essi percepiscono redditi assimilabili a quelli di lavoro dipendente (art. 52 del TUIR). 

Sul punto si veda anche l’approfondimento proposto nell’articolo di L. Di Paolo, Il welfare aziendale anche agli stagisti e ai lavoratori in somministrazione, in Bollettino ADAPT di cui si riporta un estratto:

Lavoratore in somministrazione  

Il lavoratore in somministrazione è un lavoratore subordinato precettore di redditi da lavoro di cui all’art. 49 del Tuir anche se alle dipendenze di un’azienda diversa da quella in cui svolge la propria attività lavorativa. La base imponibile del proprio reddito è determinata ai sensi dell’art. 51 del Tuir e, di conseguenza, le prestazioni elencate al comma 2 del medesimo articolo, se erogate a suo vantaggio, non concorreranno a formare reddito tassabile. 

Il loro accesso ai piani di welfare è inoltre garantito dal principio della parità di trattamento[1]. I lavoratori dipendenti del somministratore, infatti, hanno diritto a un trattamento economico e normativo complessivamente non inferiore a quella dei dipendenti di pari livello dell’utilizzatore, a parità di mansioni svolte[2]. I costi delle misure di welfare erogate al lavoratore sono a carico dell’agenzia di somministrazione, salvo diversa disposizione delle parti. 

Stagista 

Lo stagista, pur non essendo un dipendente, potrà essere beneficiario dei piani di welfare erogati dall’azienda in cui svolge il proprio tirocinio in quanto l’art. 50, comma 1, lett. c) del Tuir assimila il suo reddito a quello di lavoro dipendente. Alla sua indennità si applicheranno le stesse regoli valevoli per tale tipologia di reddito. L’ art. 52 del Tuir, infatti, dispone che, “ai fini della determinazione dei redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente si applicano le disposizioni dell’articolo 48 [rectius 51]..”, fatte salve specifiche deroghe, tra le quali nulla è disposto in relazione alla lettera c) dell’articolo 50 laddove sono qualificati redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente “le somme da chiunque corrisposte a titolo di borsa di studio o di assegno, premio o sussidio per fini di studio o di addestramento professionale, se il beneficiario non è legato da rapporti di lavoro dipendente nei confronti del soggetto erogante”.

È proprio qui che però si aprono i passaggi più interessanti della Risposta n. 10/2019. In particolare, nello specifico caso sottoposto all’Agenzia, il welfare veniva destinato dall’azienda a una categoria definita come “manager” di cui facevano parte un amministratore unico e un direttore di sala. L’Agenzia ha invece dichiarato che, nella fattispecie, non si configura una categoria omogenea, risultando dunque inammissibile la deducibilità di cui all’art. 51 del TUIR.

In un certo senso l’Agenzia ribadisce che, ai fini dei benefici fiscali, occorre porre attenzione alla omogeneità e alla solidità delle categorie di dipendenti a cui rivolgere il welfare: queste dunque non possono essere rappresentate aggregazioni, talvolta forzate, o viceversa da differenziazioni opportunistiche o ad personam.

Ma la Risposta n. 10 ha rappresentato anche l’occasione per chiarire ulteriormente il regime in materia di welfare aziendale per gli amministratori.

È stato infatti specificato che la qualifica di amministratore unico è incompatibile con la nozione di lavoratore alle dipendenze della società. Non trattandosi dunque di un’attività di lavoro dipendente, né assimilabile, non può trovare applicazione il disposto dell’art. 51 del TUIR e quindi la deducibilità.

Tale puntualizzazione non è volta ad escludere la categoria degli amministratori quali beneficiari del welfare aziendale ma piuttosto si pone a integrazione di quanto già specificato in materia con la Risposta n. 954 – 1417/2016 escludendo soltanto la figura dell’amministratore unico.

Per un approfondimento si veda G. Tiberi, Welfare aziendale e amministratori dopo la risposta n. 10/2019 dell’Agenzia delle Entrate, in Bollettino ADAPT, di cui si riporta un estratto:

[…] “la Direzione lombarda dell’Agenzia delle Entrate con la Risposta n. 954 – 1417/2016, aveva accettato i piani di welfare rivolti agli amministratori di azienda se contrattualizzati mediante collaborazione coordinata e continuativa, in quanto precettori di reddito di lavoro assimilato a quello di lavoro dipendente, come previsto dall’art. 50, comma 1, lett. c-bis) del Tuir, in aggiunta al fatto che, essendo sei gli amministratori, non si presupponeva una incompatibilità con la caratteristica di lavoratore subordinato. 

Nella Risposta n. 10 del 25 gennaio 2019 della Direzione Centrale PMI, l’Agenzia delle Entrate torna a parlare del welfare aziendale destinato agli amministratori, in questo caso però, con riferimento a beni e servizi destinati all’amministratore unico, sottolineando che la posizione di amministratore di una società non è di per sé incompatibile con quella di lavoratore subordinato tuttavia, affinché si possa parlare di lavoro subordinato, è necessario che la prestazione si svolga “alle dipendenze e sotto la direzione di altri” (art. 49, comma 1, del Tuir). 

[…] Il problema che emerge non è dunque legato al fatto che il welfare aziendale sia destinato ad un amministratore, bensì al fatto che tale amministratore sia unico. Una ulteriore precisazione potrebbe arrivare dall’Agenzia delle Entrate con riferimento all’eventualità, sempre più diffusa nella prassi, che l’amministratore unico deliberi un piano di welfare destinato in modo eguale a sé stesso e alla generalità dei dipendenti”.

Se da un lato dunque l’Agenzia ha aperto a un’interpretazione estensiva della nozione “dipendente”, ovvero dei beneficiari del welfare aziendale ai sensi della normativa, anche a quei lavoratori che pur non essendo subordinati in senso stretto svolgano un’attività lavorativa, non autonoma, e assimilabile, anche da un punto di vista reddituale, dall’altro, proprio per questa ragione, ha ribadito l’esclusione dell’amministratore unico.

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